domenica 15 dicembre 2013

Sentire, ascoltare /116

Lungo il provinciale, attraverso la cancellata di un giardino pubblico della periferia nord di Milano, il sole filtrava accecante tra le inferriate; e una donna che passava di lì con in mano due borse gialle della spesa, ad ogni passo - luce ed ombra, luce ed ombra -, era costretta a socchiudere gli occhi per resistere ai ripetuti flash del sole. Fu quello il suo primo red carpet: la polvere alzata dalle auto in corsa strascicava il suo nome mentre lei sfilava, Sissi ancora una, Sissi guarda qui, Sissi, Sissi, Sissi.

giovedì 14 novembre 2013

Sentire, ascoltare /115

Avari, Giuseppe Pontiggia, 1978

Il primo inatteso, oscuro presentimento lo provai all'uscita dal bar sull'autostrada, quando lui mi si avvicinò alle spalle e mi chiese:
«Perché hai lasciato la mancia? Ti sembra che ci abbiano servito bene?»
Allargai le braccia:
«Normalmente.»
«E allora perché la mancia?»
«Ma erano duecento lire. Io la lascio sempre.»
«E dividiamo anche queste?»
Mi fermai imbarazzato.
«Ma non so» dissi. «Se amministro io la cassa comune, vorresti che tenessi un conto a parte per le mance? E perché poi, per rimborsarti?»
«Naturale» rispose. «Io disapprovo le mance.»
Aveva pronunciato queste ultime parole con una inconsueta tensione della voce e dello sguardo.
«Sempre?» gli chiesi.
«Sempre!» esclamò. «È per principio.»

So che “per principio” un uomo è capace di qualsiasi cosa, tranne che di modificarlo. Perciò dissi:
«Va bene. Le mance le pagherò io.»
«Come vuoi.»



Reservoir Dogs, Quentin Tarantino, 1992


lunedì 11 novembre 2013

Sentire, ascoltare /114

Erano le due di notte. La lancetta dei minuti allineata a quella dei secondi ombreggiava il dodici, gotico istante di un perpetuo circolo temporale; l'asticella delle ore apriva a sessanta gradi l'angolo del tempo indicato sul quadrante; l'oscillatore dell'orologio gracchiava per due volte il verso del cuculo, in un preciso e meccanico ordine periodico del suono. 

Credevo che il giro dopo il cucù avrebbe crocidato tre rintocchi. E invece, passata un'ora, erano ancora le due. La fase temporale oraria aveva inghiottito il tempo, come se quel che avevo vissuto non potesse più essere misurato, non fosse più ammissibile agli atti, ai registri delle cose che accadono.

Pensai di aver perso l'occasione di compiere una malefatta che l'orologio avrebbe redento, dissolto nel nulla, sciolto nella storia; e riflettei sulla meccanica della clessidra: piuttosto che rappresentare lo scorrere del tempo mi è parso definirne la permanenza.

La sabbia che filtra tra i vasi conici sovrapposti e speculari del polverino vuota un'ora nella misura in cui la riempie nel medesimo istante.



lunedì 28 ottobre 2013

Sentire, ascoltare /113

Lungo la volta celeste del civico Planetario di Milano brillano sette milioni di astri: il profilo della città, così come fu disegnato nel 1930, senza grattacieli né svettanti architetture moderne, è adagiato nero e circolare come se reggesse l'intero universo. Oltre l'edificio astronomico la città sfavilla di luci proprie e sulla cupola in rame ossidato verde chiaro, di sera, si staglia il cielo buio che tace stelle e pulsioni visive. 

Pare che in quel tempio ambrosiano di scienza resista un remoto desiderio mistico, e che in città, laddove siamo più vicini all'universalità delle cose, regni un'artificiale distanza dal celeste.


Cupola del civico Planetario di Milano 'Ulrico Hoepli'


Particolare. Profilo della città nella sala circolare del Planeterio


lunedì 21 ottobre 2013

Sentire, ascoltare /112

Le maschere del cinema Amore erano appena svanite tra le pieghe del rosso drappo della sala Rubino; le voci degli attori vagolavano nel circolo del foyer come sinusoidi ovattate; gli spettatori sedevano.

Un uomo e una donna, senza sapere la presenza l'uno dell'altra, si incontravano ai rubinetti della toilette: e mentre le cannelle crosciavano sulle quattro mani e il film, a loro insaputa, mostrava un campo lungo della città di Milano, lui, guardando negli occhi di lei riflessi dallo specchio, disse: “è come se fosse un risveglio, come se fossimo amanti, come se in quella sala ci fosse casa nostra”.

mercoledì 16 ottobre 2013

Sentire, ascoltare /111

Ho incontrato un'anziana donna sul ponte di un fiume: era tremula e grinzosa, con i capelli rosso cremisi. 

“Ho sempre pensato che i pittori del Lungarno esagerassero”.
“Come scusi?”
“Sì, nei loro dipinti lo specchio d'acqua riflette i palazzi”.
“Mi pare evidente”.
“Non lo è, l'Arno rifrange i palazzi a quest'ora, con questa luce; ma provi a tornare tra un paio d'ore o a passare domani un poco prima, non troverà la città trepida e rovesciata”. 

Le pale di una squadra di canottieri mosse le acque, la signora si congedò: la fiammella della sua capigliatura ondeggiava sul ponte, il riflesso della città sbiadiva.

martedì 8 ottobre 2013

Sentire, ascoltare /110

Non credevo potessi attraversare decine di confini in una sola sera, non credevo che la loro linea fosse così chiara: la scarsità d'auto, il colore definito del cielo, l'assenza di una giusta meta hanno sospinto il mio sguardo verso uno scintillante reticolato di città. 

La superficie dei palazzi di via Galileo mi è parsa come la cinta muraria di una cittadella a sé stante; come se le luci che si irradiavano dall'intimità delle finestre fossero il richiamo di un fuoco acceso da trabucchi nemici: se scoppiasse una guerra di quartiere, gli abitanti di via Galileo pregherebbero dio perché dardi, pietre e proiettili incendiari lasciassero indenne la loro abitazione. 

Suppliche inascoltate, ad ogni modo: converrebbe piuttosto correre a riparo tra le stanze della Stazione, strenua difesa del quartiere Centrale e roccaforte della Zona Due di Milano. Le rotaie dalla ferrovia sono feroci fasci muscolari, ghisa di appartenenza alla quale gli uomini dei quartieri affiliati vorrebbero fondersi: Maggiolina, Greco, Loreto, Padova, Adriano, Gorla e Precotto. Una lega urbana pattuita a tavolino e non ancora saldata nelle sue identità. 

Altre cinture di palazzi sono palizzate della Zona Due, altre vie fungono da fossati, altri luoghi dichiarano ostilità a chi è rimasto fuori e gridano diffidenza a chi si muove libero all'interno: Melchiorre Gioia, Sammartini, Brianza, Pontano, Palmanova, Ponte Nuovo, Sesto San Giovanni. 

Oltre via Galileo i grattacieli, le alte torri della modernità; si era fatta notte, un freddo presagio gelava ogni cosa e ho preferito tornare a casa.


Zona Due di Milano


Stazione Centrale
Quartiere Centrale di Milano

lunedì 7 ottobre 2013

Sentire, ascoltare /109

Quando piove in città, subisso e profluvio, ci si perde nelle proprie malinconie. Gli ombrelli balzellano obliqui e non un volto di passante si scorge di sbieco. Tutto è così inclinato nella marcia stretta dei viandanti, corpi senza teste, parapioggia con le gambe, e tanto veementi sono le vene d'acqua sull'asfalto, che pare ci si trovi in perenne salita, senza il conforto di un saluto alpino.

sabato 5 ottobre 2013

Aforismi, neologismi e bestialità /40

L'autunno non ha bisogno che si spalanchino i serramenti perché possa entrare in casa. L'autunno entra senza chiedere, entra e non vale la pena questionare, entra.

mercoledì 18 settembre 2013

Aforismi, neologismi e bestialità /39

Il vocabolario contiene la definizione di tutte le parole in esso contenute; è un volume autoreferenziale. 

L'autoreferenza, caratteristica presente in enunciati che coinvolgono i concetti di verità, di significato, di definizione, di classe o di insieme, è considerata come la causa principale di antinomie, paradossi e contraddizioni.

Parole

venerdì 6 settembre 2013

Sentire, ascoltare /108

Palazzi cavi, abitazioni vuote, edifici concavi: la città resiste di facciata, ma è come rinseccolita, bruciata. Di tanto in tanto, inchiodato agli stipiti dei vani della struttura muraria, si nota un asse in legno di traverso: la casa, oltre la parete frontale, è macerie o abbandono. 

La città, senza guerre dichiarate, pare l'allestimento studiato da un nuovo Goebbels per una parata propagandistica risolutiva: le vie dell'impero sono vive. Non è così, oltre la pellicola cinematografica alte travi in legno reggono la scenografia, sostengono la rappresentazione. 

E poi, come su un set di Cinecittà appare l'evidenza di un crollo, di una demolizione: sulle pareti interne sono ancora impressi i colori delle camere private, penzolano le carte da parati, strisciano i segni di una scala.


viale Tunisia, Milano
viale Tunisia, Milano
viale Tunisia, Milano
viale Tunisia, Milano
via Solferino, Milano
via Solferino, Milano


mercoledì 4 settembre 2013

Sentire, ascoltare /107

Viale senza alberi: ai civici pari fascinosi palazzi Liberty, ai civici dispari smacchiati condomìni anni Settanta. Uno dice pari e l'altro caffo. I primi, senza pari, affacciano sui multipli di due; i secondi, senza eguali, osservano gli spaiati. 

Gli inquilini dispari si stringono su balconi cementati per godere delle facciate dirimpetto - pietra, fregi, maioliche colorate; gli inquilini appaiati, stesi su chaise longue, tra bugnati, archeggiature e aggettanti terrazze dentellate, adagiano lo sguardo su intonaci scrostati e pastelli scoloriti. 

Una destra illusione per alcuni, un sinistro ammonimento per altri; la città si confonde, si inganna, si abbaglia.



martedì 3 settembre 2013

Sentire, ascoltare /106

Nel proprio appartamento di via Plinio Leon consulta la mappa online del quartiere in cui vive: i tondi gialli delle rotonde, i rettangoli verdi dei giardini, i segmenti grigi di viali, vie e viuzze. Un balloon rosso indica l'esatto punto in cui la finestra di Leon affaccia, al civico nove. 

La piatta geometria cartografica -crede Leon- ha il fascino dell'astrazione o della sua allusione: bidimensionale, priva di ambiguità, senza sentimento, per nulla emotiva, pressapoco neutra. 

Eppure quel balloon rosso è come se chiedesse a Leon di abbandonare l'astrazione, di avvicinare luogo a luogo, di esclamare la propria esistenza -parole, onomatopee, presenze. 

La mano di Leon sul puntatore, un clic sull'icona satellitare del servizio offerto da Google e la città appare -forse sembra o inganna. Gli edifici affastellati, le tonalità che sfumano tra incroci e chiome di alberi, la profondità degli oggetti contigui danno sentimento alla videata. 

Leon si compiace, riconosce dall'alto il proprio appartamento e si addentra nella mappa: impugna l'omino giallo sull'attenti, simile a un soldatino di resina, avatar dell'utente, e lo posiziona esattamente al civico nove di via Plinio. 

Più reale del reale, la foto scattata dalla Google Car ritrae la casa di Leon: la finestra della cucina spalancata, e al suo interno il tavolo, la lampada, uno spicchio di quadro e Leon stesso, intento a consultare il pc.

Solo la luce è un poco meno accesa; ma basta un clic e la luminosità dello schermo si adagia a quella naturale.


Borges - La mappa dell'impero

mercoledì 28 agosto 2013

Sentire, ascoltare /105

Sulla menzogna - ovvero tagli, negazioni, omissis, brevità. 

“Ho chiuso”. 
“Bravo, hai vinto”.
“Non ancora, siamo due pari”.
“Sicuro? Pensavo fossimo tre a due per te”.
“No, no, giochiamo la bella”.
“Non ti facevo così”.
“Così come?”
“Onesto”.
“Se la posta fosse stata più alta avrei taciuto”.
“In tal caso mando a monte la partita, ho visto che hai sbirciato le carte”.
“Non dirne, perché mi hai detto bravo allora?”
“Lasciamo stare”.
“Mazzo a chi?”
“A me”.
“Ma se ho appena tagliato?”
“Mazzo tuo”.


venerdì 23 agosto 2013

Sentire, ascoltare /104

Variante su un segnale di polizia di Ennio Morricone è in qualche modo il modello melodico di quel che questo blog vorrebbe essere; in relazione alla città, simile a uno studio impressionista.


Per ascoltare clicca l'immagine. Da minuto 0:59.

giovedì 25 luglio 2013

Aforismi, neologismi e bestialità /36

La storia non conosce date.

Sentire, ascoltare /103

Centine di metallo, volte appese e tettoie alari, cemento e treni, fregi in gesso e statue leonine. La creatura assiro-milanese presto sbatterà le ali-finestroni-di-vetro e si librerà nel cielo. Sarà la prima stazione centrale a volare, senza arrivi né partenze.

Le volte della stazione Centrale di Milano

mercoledì 10 luglio 2013

Aforismi, neologismi e bestialità /35

Sulle note del testamento di Faber pensavo all'eredità digitale; pensavo a quando, tra una ventina d'anni -come ora ma molto di più-, le famiglie si riuniranno attorno ai pc dei loro cari estinti.


Quando la morte mi chiamerà
ogni profilo attivo sarà
lascerò password e nome utente
identità e miei avatar

alla mia donna oppure a un parente
perché spartiscan l'eredità.

                      *

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postammo un piatto fatto col Wok
leggemmo i tweet per passatempo

questo ricordo non vi consoli
or che si scrive siam già da soli
questo ricordo non vi consoli
or che si scrive siam già da soli.






Aforismi, neologismi e bestialità /34

Una questione di età.



Cosa vorresti fare? -sottinteso: ora che sei bambino.
Che cosa fai? -sottinteso: ora che sei grande. 
Che cosa facevi? -sottinteso: ora che sei anziano.

Perché la meraviglia sia compagna di vita, dovremmo invertire le domande, affidare al tempo le nostre risposte.

Che cosa fai? -ora che sei bambino.
Che cosa facevi? -ora che sei grande.
Cosa vorresti fare? -ora che sei anziano.

domenica 7 luglio 2013

Sentire, ascoltare /102

Il comportamento sociale dei piccioni è simile a una sequenza artistica -un esercizio coreografico per piazze medievali.

Le sincronette colombine spiegano le ali, lasciano i propri solitari pioli e planano compatte in un punto bricioloso del piano basolato. 

In moto centrifugo e regolare, come occhi di una coda di pavone, si allargano, altalenando il capino, lungo un ventaglio circolare di terreno, per ispezionare -a ciascuno il proprio posto- la tovaglia urbana.

Il pubblico entusiasta batte i piedi e i piccioni lasciano la scena.


mercoledì 26 giugno 2013

Sentire, ascoltare /101

È come orientarsi per mare, ritrovarsi sulle carte nautiche, scoprire le terre dell'immaginazione. Quando si intuisce un dettaglio dell'immensa cartografia della letteratura è una piccola felicità. 


I viaggi di Gulliver (1726) di Jonathan Swift (1667/1745)
Le avventure di Gordon Pym (1838) di Edgar Allan Poe (1809/1849) 
Moby Dick (1851) di Herman Melville (1819/1891) 

Gulliver incontra gli Yahoos. 
Un secolo dopo Gordon Pym di Nantucket ormeggia sulle spiagge degli Yampoos.
Poco più tardi da Nantucket salpa la baleniera di Achab con a bordo Ismael.


“I delitti della Rue Morgue” (1841) di Edgar Allan Poe (1809/1849) 
“Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr Hyde” (1886) di Robert Louis Balfour Stevenson (1850-1894) 
“Uno studio in rosso” (1887) di Arthur Conan Doyle (1859-1930)

Auguste Dupin segue le proprie deduzioni e scova l'orango.
Una quarantina di anni dopo il dottor Watson racconta la personalità disturbata, doppia, di Sherlock Holmes. Lui non se ne cura e fa sfoggio delle sue abilità deduttive.
Pochi mesi prima il Dr. Jekyll si fa notare nelle vesti di Mr. Hyde.


Ogni cosa si tiene assieme e non ci si perde.

martedì 11 giugno 2013

Sentire, ascoltare /100

In quelle bianche sale milanesi di inaugurazioni e vernissage d'arte e mondanità -le pareti alte, con le travi in legno dissepolte da recenti restauri, i quadri adombrati da faretti mal allestiti, i flyer con grafica disco o, in alternativa, minamal bourgeois- la società meneghina, i visitatori delle diciannove, i professionisti del concettuale, i precari della cultura, i critici e i rappresentanti delle decadenti istituzioni son simili tra loro, nel segno del visual e del painting, del drawing e del print, per un sol fatto: hanno infilato tra i denti un filetto bianco di prosciuttesco grasso offerto alla buvette.

lunedì 10 giugno 2013

Sentire, ascoltare /99

Appena esposto al davanzale di casa, un poco dentro e un poco fuori, ho adocchiato la mia figura ciondolona andarsene per una strada di quartiere. Me ne sono andato senza salutarmi. 
Per quanto allungassi il collo oltre le imposte mi sono proprio perso di vista; ho atteso un po', pensavo avrei presto fatto ritorno. E invece non tornavo. 

Ho persino pensato di scendere giù per inseguirmi, per cantarmene quattro, per dirmi che non si fa così, come se fossi uno qualsiasi. Ma non l'ho fatto e me ne sono andato; ero come assente, un poco dentro e un poco fuori, appena esposto al davanzale di casa.


mercoledì 22 maggio 2013

Aforismi, neologismi e bestialità /34

In città, dove i palazzi si guardano l'un l'altro stretti e soffocanti, vige la legge dei piani alti. 

Chi si affaccia alla finestra ha il potere di sottomettere al proprio dominio visivo quanti abitano ai piani inferiori; in ugual modo è soggiogato da quanti vivono a quelli superiori.

lunedì 20 maggio 2013

Sentire, ascoltare /98

Era un giorno; di quelli in cui la malinconia è ragion di vivere. Lo stato d'animo di Rosabella era intonato a una vaga tristezza urbana, il ritmo del suo stare al mondo batteva lento e trascinato, i gesti rassegnavano mestizia. 

Indossò un soprabito e scese in strada, per camminare; attraversò le vie che per vent'anni scorsero lungo i suoi passi per condurla alla sede di quello che era stato il suo lavoro di segretaria. 

Si attardò sotto il portone del vecchio ufficio: osservò le persone entrare ed uscire, ricordò alcuni momenti di vita professionale e poi raggiunse un bar ad angolo dove era solita passare le sue pause pranzo. Il bar aveva cambiato gestione, la sede della multinazionale aveva chiuso, la strada aveva invertito senso di marcia. 

Rosabella chiese un caffè, allungò la dita verso la zuccheriera e incontrò la mano macchiata di un uomo che la guardava. Era il suo capo d'allora; l'aveva vista entrare senza che Rosabella ne avesse avvertito la presenza. Si diedero un bacio di saluto, come fossero vecchi amici, e si guardarono a lungo, parlandosi: i figli, la casa, nostalgie e cambiamenti. 

Poco più tardi, dopo essersi accomiatati, ciascuno pensò che la propria malinconia fosse un'inezia rispetto a quella altrui; a tutto il resto meditarono nei giorni successivi.

domenica 19 maggio 2013

Sentire, ascoltare /97

Un mattino di poche speranze, nel piccolo bagno di un bilocale di città, alla luce di una lampadina a basso consumo, un uomo che da lì a poco avrebbe indossato una marsina e un cilindro di tinta blu preparava pennello e rasoio per radersi. Altra luce filtrava nell'abbaino: quella più fioca e mossa della lampadina riflessa dalla finestrella bifora; e quella lunare che ancora persisteva nell'aria, tra i filari dei lampioni di una strada a due corsie.

Dopo aver passato le mani nella barba folta, prese il pennello, lo inumidì, lo intinse nella schiuma e spalmò di bianco le guance e il collo. Sorrise, per capire quanto i propri denti fossero macchiati da sigarette e caffè, e si rase.

Sciacquò il volto e rimase ad osservare il taglio; poi prese il pennello, lo inumidì, lo intinse nella schiuma e spalmò di bianco il mento; si sciacquò e nello specchio tondo prese in mano la mascella; girò la testa da un lato all'altro e lisciò i baffi neri, ma tagliò anche quelli. 

Pensò che quel volto, così serico e sconosciuto, fosse il più aderente ai suoi pensieri e il più adatto a quelli sconosciuti del pubblico che da lì a poche ore avrebbe incontrato per raccontare il proprio stupore. 

*** 

Sul volto di ciascun uomo si incontrano il tentativo di esprimere l'immagine pubblica di sé e il tentativo del pubblico di cogliere l'immagine intima di chi si mostra. Nessuno, però, ha ben chiaro chi sia veramente e chi sia il pubblico a cui offrire il proprio volto; e ciò che appare sui lineamenti di ognuno è, piuttosto, la sembianza di ciò che chi guarda immagina sia l'essenza del volto altrui. Vale anche per sé, con la propria figura riflessa nello specchio.



lunedì 13 maggio 2013

Sentire, ascoltare /96

Quel giorno di strane apparizioni l'ombra di un verde filodendro ondeggiava sulle lenzuola stese al poggiolo di una stanza d'albergo, al primo piano; eppure nel vaso, vicino al tappeto rosso d'ingresso, al Minerva -due stelle e dieci camere-, la pianta non c'era. 

Una pozzanghera tonda, lungo il marciapiede di via Pepe -strada privata dell'hotel-, era puntellata da gocce d'acqua che non cadevano dal cielo. 

Il figlio dell'albergatore, oltre la porta girevole, prendeva le valigie di un cliente inglese che non era mai stato lì e le poggiava su un carrello in acciaio ottonato, col pianale in moquette rossa.

Il campanello alla reception trillava senza che nessuno fosse nella hall per domandare o per rispondere; e a quel suono si alternava lo sferragliare di un tram che scivolava in una strada vicina; ma non c'erano rotaie in quella città. 

Molte altre cose accadevano senza che la realtà potesse accettarne il fatto. E quel tale signore coi capelli arruffati, steso accanto ad una saracinesca di via Pepe su un tappeto di stracci, zerbini e cartoni, gli occhi lucidi e le mani nere, se ne rallegrò: pensò che le disavventure degli ultimi tempi -il divorzio da Cecilia, lo sfratto, e il licenziamento- fossero accadimenti di fantasia, strane apparizioni, questioni di immaginazione.

sabato 4 maggio 2013

Sentire, ascoltare /95

Di come il Gran Kan ebbe modo di ideare l'autogrill, il Camogli, i Boulevard alla francese e le banconote; e di come lo stupore di Marco Polo sia testimonianza di invenzioni che non sono europee. 

Il Milione, Marco Polo


"Dovete sapere che da questa città i Cambaluc partono diverse strade che vanno in diverse province: ciascuna strada porta a questa o a quella provincia e tutte sono contrassegnate col nome del luogo al quale conducono, cosa molto utile. E il Gran Kan ha disposto perché i suoi messaggeri che cavalcano per quelle strade trovino sulla loro via tutto ciò di cui hanno bisogno. E mirabile davvero è vedere come funziona questo servizio così eccellentemente ordinato. 
Dovete sapere che un messaggero del Gran Kan partito da Cambaluc trova dopo ben venticinque miglia uno janb e cioè nel nostro linguaggio un posto di rifornimento di cavalli o una stazione di posta. Ed è un bellissimo e grande palazzo, questo, per alloggiare i messaggeri, con letti magnifici forniti di ricche lenzuola di seta e con ogni altra cosa che possa servire a un nobile messaggero; anche un re vi sarebbe degnamente alloggiato. I messaggeri trovano quattrocento cavalli ben tenuti e sempre pronti. E certo questo è un atto di magnificenza regale inaudito perché sono più di duecentomila i cavalli che si tengono in questi luoghi di rifornimento e più di diecimila i palazzi splendidamente arredati come vi ho detto. È difficile farsi un'idea di questa organizzazione tanto mirabile e di una grandiosità unica. 
Sappiate che ogni venticinque miglia o ogni trenta si trovano queste stazioni, lungo le principali vie che vanno per le province come vi ho già raccontato, e questo vale per tutte le terre del Gran Signore". 

"[…] È da ricordare come il Gran Signore abbia ordinato che per le strade percorse dai messaggeri e dai mercanti siano piantati alberi ai due lati, a due passi di distanza l'uno dall'altro. Sono alberi grandi che si possono vedere da lontano; e così ha voluto perché si possa distinguere meglio il tracciato della strada, e la gente non devii dal suo cammino". 

"[…] Quando la carta è pronta la fa tagliare in parti grandi o piccole, foglietti in forma quadrata o più lunghi che larghi. Il foglietto piccolo vale la metà di un tornesello; un altro più grandetto vale un tornesello; il primo corrisponde a un mezzo grosso d'argento, il secondo a un grosso, e intendo un grosso d'argento di Venezia. […] E questa moneta è fatta con tanta autorità e solennità come se fosse d'oro e d'argento. 
[…] Fabbricata così la moneta, il Signore fa fare con essa ogni pagamento e la fa spendere per tutte le province dove egli tiene signoria: e nessuno osa rifiutarla per paura di perdere la vita".

venerdì 26 aprile 2013

Sentire, ascoltare /94

Un immenso foglio di gelatina cinematografica filtrava la luce del sole calante; la città era la scena di una tormentata opera dell'Est: incandescente e rossastra.

Leon, oltre la soglia del portone di casa propria, cinse Milano fuor da sguardo e orecchio, appese la veste dell'uomo pubblico ad un ideale appendiabiti condominiale, e fece due brevi passi in avanti, nell'atrio acciottolato dell'edificio in cui abitava da non meno di dieci anni. 

Seppur l'approssimativa conoscenza dei propri condòmini possa rassicurare scorbutici e tormentati, e Leon era uno di questi, la corte che da lì a poco avrebbe attraversato per raggiungere la scala C -la portineria disabitata, le rastrelliere, i cassonetti dell'immondizia, la magnolia-, non lo metteva al riparo da quel genere di incontri inaspettati che per convenzione richiede, se non un abito, almeno uno straccetto di contegno e dignità. 

Il breve tragitto interno non riserbò incontri spiacevoli, tanto più che Leon stava rimuginando ad una conversazione avvenuta poco prima nei giardinetti vicino casa, e le parole con cui continuava ad argomentare la sua tesi, in silenzio ma con le labbra a mimare i suoni, appartenevano a quel nostro modo diffidente di porci in pubblico, nel reticolo urbano, che poco ha a che fare con la natura intima, privata e segreta dell'uomo; la città era altrove, Leon lo aveva inconsciamente avvertito, ma le leggi della metropoli insistevano ad irretirlo, a influenzarne portamento e riflessione. 

La risposta che avrebbe voluto dare al suo interlocutore, Leon l'afferrò solo in cima alle scale, secondo i dettami di quell'espressione francese, l'esprit d'escalier, che tormenta quanti non hanno avuto prontezza di pensiero nel momento in cui era richiesta.

Non l'alienazione, piuttosto il lucido tornare in sé fu per Leon causa di spaesamento: il suo ragionare privato di cose passate o appena avvenute, lo condussero, infatti, passo passo, all'ultimo piano del palazzo, dove mai aveva messo piede essendo il suo appartamento due rampe di scale più sotto. 

Leon non riconobbe i nomi associati ai campanelli, Levati-Meneghini, Buratti-Colzan, Piazza-Rossetti, non i colori del legno delle porte, non gli stipiti, gli zerbini, i portaombrelli, l'intensità della luce che filtrava dalla finestrella nell'ammezzato. 

Come se in quel luogo così prossimo a casa propria, tra i pianerottoli della rampa della Scala C, Leon avesse realizzato che la sua veste di uomo privato potesse essere calzata solo se il filo del suo ordito fosse intrecciato alla trama degli abiti altrui: per orientarsi nella propria intimità, Leon cercava i segni, le tracce, la presenza degli inquilini. 

Questo suo riflettere, del resto, non sarebbe mai avvenuto se le parole di una conversazioni rimaste fuori le mura del proprio palazzo, il richiamo di una città senza più nascondigli, non avessero spinto Leon al quinto piano della Scala C.


martedì 19 marzo 2013

Sentire, ascoltare /93

Sento inerpicarsi nelle vene un desiderio così robusto che se si realizzasse seccherebbe il sangue da cui è cresciuto.

lunedì 18 marzo 2013

Sentire, ascoltare /92

La malía delle parole è un vapore sulfureo che scolora i significati: la voce spinge fuor-dai-denti suoni che a masticarli non hanno sapore, il segno vocale vibra tra le arcate palatali senza l'eco di un significante; da dove viene questa parola, esiste, è mai stata pronunciata, si è forse nascosta dietro un’inversione di vocali? 

Sgretolati i sensi nel fornello del calumet linguistico -ché la fonetica si manifesti in spirito-, si prende a recitare come un mantra la parola stregata, messalina, messalina, messalina, messalina, messalina, e più si sente e più non torna, messalina, messalina, più si dice e più pare un’invenzione di fonemi, messalina, messalina
*** 
Mistero da sciamano è la lettera e le sue modalità di espressione. Poniamo la “m” di messalina. Essa, nella sua dizione, si raffigura come “emme”. E dunque la “m” ha in sé la sua replica e il suo doppio, “emme”.

Come può una lettera, quasi fosse la rappresentazione fonetica della scienza araldica, contenere una doppia copia di sé e altri segni dell'alfabeto? Come può tale sortilegio perpetrarsi all'infinito, quasi il linguaggio fosse un'operazione matematica di cui si possa solo approssimare il risultato?

domenica 17 marzo 2013

Sentire, ascoltare /91

La percezione che si ha di sé non corrisponde alla propria persona: l'immagine proiettata negli sguardi altrui è un'ombra di cui si ignora la sorgente di luce. Il morphing dell'esistenza scorre fluido, graduale, senza soluzione di continuità ed argina le dighe dell'immaginario con cui tentiamo di comprendere, seduti lungo la riva della storia, chi siamo. 

Quando l'acqua del fiume-vita sale e la piena pare voglia portare con sé i nostri corpi, umori e stati d'animo galleggiano sulla superficie dell'acqua e ad essi, stremati, ancoriamo il nostro agire.

martedì 26 febbraio 2013

Sentire, ascoltare /90

Come se non avessimo parole per definire alcuni luoghi -dormiveglia, bagnasciuga, parapiglia- socchiudiamo gli occhi, allunghiamo le dita, tendiamo le orecchie -vista, tatto e udito- in un reale sfumato, dentro un sogno accennato: chiaroscuri di ombre notturne, grani di sabbia liquida, suoni senza corpi in oscillazione. 

In questi nostri sensi, che ci spiegano le cose del mondo, avvertiamo il limite della conoscenza; gli elementi esperiti, in alcuni spazi opachi dell'esistente, sono senza complete immagini, materia e note. 

Avanza così, tra ragione e stupore, dapprima una sensazione di incompiuto, poi il desiderio di catalogare ogni cosa: perché non vada persa nemmeno una sfumatura sensoriale, perché l'invenzione di un metro argini infinitesimi segmenti sfuggenti. 

Come per il gusto e l’olfatto -sapori e profumi e miscele- prevale la necessità -ma è un'illusione- di classificare senza fine: luppolo, sambuco, zafferano, coriandolo, macis, chiodi di garofano, anice stellato, borragine, legno di quassio e cardamomo, enula campana e imperatoria, zenzero, china, cannella, melograno…

domenica 24 febbraio 2013

Sentire, ascoltare /89

«Il palazzo è tutto volute, tutto lobi, è un grande orecchio in cui anatomia e architettura si scambiano nomi e funzioni: padiglioni, trombe, timpani, chiocciole, labirinti; tu sei appiattito in fondo, nella zona più interna del palazzo-orecchio, del tuo orecchio; il palazzo è l'orecchio del re». 

«Il fresco della sera non arriva fino alla sala del trono ma tu lo riconosci dal brusio di sera estiva che ti raggiunge fin qui. Ad affacciarti al balcone è meglio che ci rinunci: non guadagneresti altro che di farti mordere dalle zanzare e non impareresti nulla che non sia già contenuto in questo rombo come di conchiglia all'orecchio. La città trattiene il rombo d'un oceano come nelle volute della conchiglia dell'orecchio: se ti concentri ad ascoltarne le onde non sai più cos'è il palazzo, cos'è la città, orecchio, conchiglia». 

Copertina della prima edizione italiana di PLAYBOY

Ho tra le mani la prima edizione di Sotto il sole giaguaro di Italo Calvino, pubblicata nel maggio 1986. In copertina è riprodotta la Successione di Vasilij Kandinskij. 

La nota a fine testo ricorda che «il racconto che dà il titolo al libro è apparso sulla rivista FMR del 1° giugno 1982 col titolo Sapore Sapere». Ben altro sapore è sapere che il primo dei tre racconti di Sotto il sole giaguaro fu pubblicato nel novembre 1972 sul numero d'esordio dell'edizione italiana di Playboy; il direttore editoriale era Oreste del Buono. 

In copertina una ragazza nera nuda ben disinibita acciambellata su una sedia con schienale-coniglietto; all'interno racconti di Nabokov, Bradbury e Calvino.

venerdì 15 febbraio 2013

Sentire, ascoltare /88


Il linguaggio e la sua applicazione all'arte del comunicare rappresentano, in città, il tentativo di plasmare il panorama sociale a piacere di chi ha l'opportunità di occupare le vedute pubbliche: cartelloni pubblicitari, impalcature, locandine, manifesti, video, gif, installazioni. 

Ne risulta uno spazio pubblico creativo, in qualche modo stimolante e mutevole. Le idee dell'oligopolio dei brand si allargano tra le strade, talvolta suscitano riflessioni, sdegno e approvazione, dibattiti e battute, desideri e passioni. 

Poi, in un giro di luna, annunciata da trombe e strilloni la campagna elettorale, gli attacchini scrostano dai muri le carte indurite dalle intemperie, i seni e le cosce delle modelle, le spume e le bionde delle etichette etiliche, i giochi di parole e le allusioni visive; gli agenti mandatari srotolano i rulli e ritirano le registrazioni, voci d’imitatori, vagiti, suoni della foresta, animazioni, fantasie; e la città assorbe l’inchiostro della politica. 

Pare così, il giro di luna dopo, nei propri tragitti urbani, che i volti dei candidati affissi, i claim partitici, le bandiere e i simboli d’identità disseminati tra banchine e pensiline, palazzi e paesaggi, siano copie sbiadite di quella tirannia del capitalismo visivo -imperi commerciali, pose plastiche e ritocchi, fustini e promozioni- che fa dell’area metropolitana uno spazio di libero pensiero, di stimoli e di sviluppo emozionale. 

Non c’è pluralità di intenzioni, nessuna creatività di parole o conflitto di vedute; e non è più ben chiaro se la politica sia un bene di cui non si possa vendere l’essenza o se non esista alcun bene di cui la politica riesca a farsi espressione originale e dirompente.

domenica 10 febbraio 2013

Aforismi, neologismi e bestialità /30

La realtà contiene ogni cosa, anche il proprio contrario. Dunque l’immaginazione è reale; un’astuzia che permette di concepire, senza limiti, l'esistente e la sua negazione.

Tuttavia, perché sia così, l’immaginazione non può appartenere esattamente alla realtà; altrimenti non sarebbe plausibile afferrare qualcosa d'altro, oltre la realtà stessa; che, di fatto, contiene ogni cosa, o quasi. 

Prendendo a vero ciò che non lo è, pare impossibile immaginare la realtà in modo definito; e tracciarne i confini netti con un diagramma di Eulero-Venn.

giovedì 7 febbraio 2013

Sentire, ascoltare /87

Quando le lettere si scolorano dai tasti, perché troppo si è scritto nel tempo, si avverte, sul monitor illuminato, il mistero del linguaggio

Persi i segni, privati di senso, le dita che pigiano i tasselli della tastiera nera -simile al monolito di 2001: Odissea nello spazio- rappresentano un atto di fede -palpabile e sensuale.

domenica 3 febbraio 2013

Sentire, ascoltare /86

Il desiderio di una vita borghese si nutre, tra Cimbali e Cosa le servo?, in sale e salette di bar milanesi: cappuccino, Corriere della Sera, bicchier d'acqua, brioche. 
I clienti giocano a fare i signori, pose e vanità, gambe accavallate, sopraccigli scostanti, labbra gonfie e briciole sui soprabiti. 

Ma accade che l'aria insufflata dai lancia vapore delle macchine per il caffè monti bianchi ricami in lattiere d'acciaio; e nel frastuono, impazienti, gli occhi si appiglino agli arredi. 

Ecco allora smerigliare le visioni e le nostalgie di esistenze altolocate la vista abominevole di sacchi trasparenti, in ampi frigo Algida, pieni di brioches precotte e congelate, bianche, inermi, ripugnanti, al limite della decenza, quasi degli incesti di lievito. 

Nebulizzano così, tra il crocchiare della sfoglia e la pasta frantumata nei denti, appiccicata al palato, il monito agli scalatori sociali, il richiamo al macabro, l'elogio alla standardizzazione culinaria, lo stress, la velocità, l'illusione e il calo del desiderio.

domenica 27 gennaio 2013

Sentire, ascoltare /85

In quella luce che filtra sottile sotto la porta e che si incunea oltre la toppa, si allunga, come un ologramma, nel buio artificiale della stanza, il ricordo dei risvegli domenicali d'infanzia. 

Dalle piccole e regolari feritoie della tapparella sfavilla, in coni di chiarore, la memoria del ciabattare mattutino di un parente. 

Stretto a un trapezio di bagliore, a metà altezza, sulla parete opposta alla finestra, si tiene, tra le pieghe di una lucidità intorpidita, pochi attimi dopo aver aperto gli occhi, l'idea del tempo che fu.

domenica 20 gennaio 2013

Sentire, ascoltare /84

Ha trovato la soluzione a un piccolo rompicapo: lambicca il cervello, sfrega i polpastrelli e schiude la bocca a stupore; una linguetta ricciuta sbuca sull'orlo scuro della cavità orale per inumidire leggermente l'angolo destro del labbro superiore. 

Come la sua, altre lingue, nello sforzo felice di risolvere un quesito, fanno capolino su volti increspati da marosi della mente. Altri modi, altri gesti: la mano che cerca pace e saggezza tra i peli della barba, il dito che stura l'orifizio dell'orecchio per filtrare guantate insinuazioni, l'occhio che strizza e la boccuccia che si arriccia in avanti per approvare con gusto; il labbro inferiore che si allarga per mostrare denti terrorizzati da parole masticate dall'interlocutore, e il naso, il sopracciglio, la guancia, i mustacchi. 

L'iconografia del volto umano pare sia nata, d'azzardo, una volta remota; ora, i tempi di reazione alle cose che accadono si incanalano in gesti e modi codificati, e sono il vezzo mimico che si spolvera con dileggio per dare immagine di sé agli altri, senza sorpresa, ma con garbata e piacente reiterazione.

domenica 13 gennaio 2013

Sentire, ascoltare /83

Si appiglia, in qualche luogo interiore, l'immagine di una città lontana. Di quella, molti ricordi sono assopiti, e quanto resta di vivo in memoria è destinato a combaciare con la città stessa. Per lei, città di mare avvitata attorno a vicoli centenari, vale l'immagine del vento. 

Abbandonate le ampie vie della città nuova, ci si addentra nel dedalo di viuzze del centro antico, dove tempi e costumi di un sentire lontano vivono stretti agli abitanti; tutt'uno con la pietra, quella gente tiene per mano qualcosa di impalpabile. 

L'aria spinta dal mare soffia alle porte di questo intrico di stradine e dirompe all'interno, dove può. Trova varco in via di Canneto il Lungo per poi diramarsi, senza perdere afflato, in altri vicoli.
Ne affiora una carta nautica urbana, senza acqua, con refoli ostinati in talune piazzette, soffi in tal altre salite, folate respingenti in alcune passeggiate, calma piatta in certi anfratti. 

Senza bussola né stelle -che i palazzi sono alti e come parallele si incontrano nel cielo, senza offrire punti cardinali- i passanti sono persi e goffi. 
A favor di vento un'anziana col bastone, sospinta dalla corrente aerea, pare camminare come un giovane longilineo -spalle larghe, senza pensieri.
Controvento un facchino si tiene il collo con il mento, in una posa che assomiglia a quella dei pugili quando, saltellando sulle punte dei piedi, si chiudono a riccio per evitare i colpi dell'avversario. 

Svoltato l'angolo il vento scema, e l'incedere dei passanti -claudicante, svogliato, elegante- rispecchia le loro personali inclinazioni ed esperienze. Ma l'angolo dopo è una rosa di venti e cadono i berretti e svolazzano le sciarpe.

martedì 8 gennaio 2013

Sentire, ascoltare /82

A un bar taciturno sulla Martesana, un anziano signore, con coppola e pochette, giacca beige a fantasia scozzese, ogni giorno, sul far della sera, domanda un'anisetta con mosca, per berla, poi, appena fuori l’uscio. E pare che il suo gesto -mano in tasca e baffi radi- sia il tentativo di versare un vizio liquoroso tra le pieghe di un luogo; il pretesto per ossequiare un rito sociale che appiccica ad una serranda ormai in chiusura. 

In qualche modo sono le abitudini a definire l'identità urbana, e i luoghi che conosciamo sono l'uso che se ne fa. La città trattiene, per ciascuno qualcosa, i caratteri dei suoi abitanti e li rilascia, poco a poco, nel corso del tempo. 

Alcuni costumi si perdono, altri resistono, certe maniere vengono meno in un quartiere del centro per dilagare tra le vie di una periferia: circolano, si arrestano in qualche dove, cambiano e in taluni casi muoiono. 

Assorbiamo dalle cose inanimate il senso che ad esse gli uomini hanno trasmesso: marciapiedi, basolati, serrande, pensiline, muri e faretti sono elementi architettonici a cui si è impigliato un qualcosa di vivo. 

*** 

Il brano appartiene a un trittico pubblicato da Ossobook, nuovissima rivista di città curata da Tommaso Labranca. 

Soggetto della rivista è l’area metropolitana milanese; la grafica si ispira vagamente all’essenzialità immediata e industriale degli anni meneghini Cinquanta e Sessanta, dai monocromi di Manzoni al lettering di Noorda per la MM. 

Il mio contributo si intitola Insetti: nel primo brano le bestioline sono metafora, nel secondo similitudine e nel terzo (qui sopra) traslato.

mercoledì 2 gennaio 2013

La guida Sbagliata /9


Illustrazione di Silvia Marinelli

Sprofondati in ampi cappotti e imbardati di sciarpe e berretti, i passanti attraversano gli spazi urbani senza precise qualifiche, pieni di se e di ma, ingigantiti da ombre sinistre e ridotti a cumuli di paure da sguardi obliqui, che alla luce del sole avrebbero tutt’altro significato.

La città, di notte, è una livella: le sue strade non hanno periferia, i suoi abitanti si assomigliano nelle intenzioni e si aggirano, avventori in cerca di bar, tirando il collo oltre solitari incroci, attratti da luminarie a intermittenza che indicano percorsi al luppolo, tappe etiliche e mete superalcoliche, assetati e già avvinazzati nei propositi.

***

Lungo il bancone, sotto il piano della musica, tra il luccichio delle spillette e gli opachi riflessi delle scaffalature a specchio, gomito a gomito, l’umanità, ridotta o diluita, scioglie grifagni pensieri urbani in old-fashioned di Negroni Sbagliato. 

Accade, però, che un tale senza più memoria del mondo là fuori, allargando le braccia in un gesto d’amore inopportuno, rovesci il bicchiere appena servito al vicino. Cola l’alcolico, cola l’avventore; e dall’impiastro schizzato a terra, pezzi di vetro e scaglie di ghiaccio, pasticcio e pastrocchio sotto le suole, esala l’ultimo fiato del cocktail. 

Come una fanfara le bestemmie del malcapitato accompagnano a lutto il suo Negroni, morto ammazzato da un estimatore ubriaco. Diranno, i vecchini accorsi a bere un bianchino il mattino dopo, si è trattato di un delitto passionale.


Nordest cafè
via Borsieri 35
Quartiere Isola
Prezzo Sbagliato 7 euro con aperitivo

martedì 1 gennaio 2013

Sentire, ascoltare /81

Sul panno verde di un tavolo da poker alla texana si affronta un gioco simile a un sistema di relazioni economiche accelerate, in scala ridotta.
Spartite le fiches, assegnati i posti e distribuite le carte, i giocatori, ciascuno con le proprie speranze, capacità e inclinazioni caratteriali, nel giro di pochi turni, rappresentano gli estremi di rapporti di forza diseguali. 

In breve, per intuito, fortuna o destino, uno o più giocatori accumulano un discreto credito a discapito degli sfidanti; le sorti del poker, una manche via l'altra, delineano prosperità e miseria di una piccola bisca. 

Le colonne di chips si ingrossano, altre si assottigliano, tal altre restano pressoché immutate; e i concorrenti, sul panno verde, in un colpo d'occhio aereo, riconoscono una realtà di classe e ceto che si allunga oltre i segni di un castello di carte. 

Così, i rappresentanti di questa lotta di classe alla texana -il chip leader, il fanalino di coda e l'uomo da metà classifica- appaiono come stereotipi di un gioco ben più cinico del poker. 

Il chip leader -tronfio, allegro, battuta facile- controlla ogni mano, interviene, con le proprie inarrivabili poste, per determinare il corso della competizione: punta, rilancia, costringe gli avversari a mosse avventate, spinge gli uni contro gli altri e amministra così, senza difficoltà, il tesoro. 

Il fanalino di coda -preoccupato, tristanzuolo e di poche parole- attende le carte giuste per il proprio all in, ovvero l'estremo tentativo di una scalata sociale che, tuttavia, il più delle volte, si rivela l'ultimo atto di gioco, l'eliminazione dal poker. 

L'uomo da metà classifica, quel ceto medio tanto discusso nei dibatti pubblici -oculato nelle scelte, poco partecipe al gioco e pieno di tic-, bada bene di non scivolare tra i posti bassi della classifica e attende, coi risparmi che ha da parte, che i concorrenti si affrontino e lascino strada spianata al podio. 

Così è, se vi pare. E però, trucchi e assi nelle maniche a parte, c'è chi, con indosso i panni del fanalino di coda, veste l'abito del campione; e in poche giocate rivoluziona le gerarchie e, anzi, livella il panno verde, restituisce speranze e destini, rilancia la gara. 

Si fa notte, quasi mattina, e di ritorno, per strada, si immagina la città velata da un grande panno verde pieno di concorrenti, carte, fiches. E si torna a giocare, a scala reale.