lunedì 26 dicembre 2011

Sentire, ascoltare /22

Il fumetto animato è una sequenza di immagini che differiscono tra loro di un nonnulla. Se le pagine vengono scorse rapidamente, una dietro l'altra, i disegni prendono vita, i segni acquistano senso, la linea si fa immagine compiuta e le rappresentazioni statiche diventano oggetto di interpretazione dinamica
Se ogni giorno scattassimo una foto tessera potremmo dare un senso, probabilmente più di quanto la sola memoria possa fare, al nostro trascorso, al passato, alla rappresentazione della realtà che il nostro viso ha espresso negli anni. Abbiamo, invece, nel cassetto, una manciata di foto tessere che hanno un qualcosa che le accomuna e tanto altro che le distingue. 
La città obbedisce alla stessa legge. Milano dopo dieci, venti, cent'anni è sempre Milano ma se messa a confronto alla città passata, quella odierna ha poco in comune. 
Nel fumetto, da una sequenza a un'altra, il mutare dell'immagine, poniamo di un uomo, si afferra in un dito alzato, nelle foto tessere in una ruga, nella città in una pietra. 
È il fascino immenso dell'archeologia umana e urbana.

Un impiegato dell'Atm, probabilmente intento ad aggiornare il piano delle linee metropolitane della città, ha scoperto essere ancora incollato sulla parete del vagone il piano della prima (credo) linea verde di Milano (qui sotto).

La foto, scattata oggi in metropolitana, mostra la linea
verde di qualche decennio fa, con il capolinea a Garibaldi

È un'istantanea della vecchia città, un dettaglio che spinge l'osservatore a chiedersi dove sono tutti gli altri fotogrammi della Milano sotterranea, a ricordare e a dar senso a un trascorso comune. 

martedì 20 dicembre 2011

Sentire, ascoltare /21

La città. I dettagli. 

La teoria del clima di Montesquieu si affaccia ai palazzi della metropoli e sulle dita dei passanti fa capolino la Moda di Simmel. 
Milano sfoglia le pagine di questi due pensatori. Il gelo delle campagne assedia i confini urbani e ne conquista le arterie di comunicazione. Folate di vento si acquattano dietro i vicoli e come briganti assalgono i passanti. Le chiazze d'acqua gelate attentano il cammino degli avventori dei bar del mattino. 
Umore e tempra del tessuto urbano vibrano a un tocco nuovo, di idee e di moda. 
Ho raccolto tre guanti, scivolati da tasche e borsette di pendolari del metrò. Uno di lana marrone, poco fa, stava abbandonato su un sedile. Molti erano poggiati, questa mattina, su un banchetto al sovrappasso di Porta Genova. Decine, appaiati, spuntavano dalle maniche di cappotti neri. 
La città è un dettaglio che segna il tempo.

giovedì 15 dicembre 2011

Aforismi, neologismi e bestialità /10


Neologismo composto dalle parole Ego e Gonfiare. 
La declinazione del verbo ammette una duplice pronuncia.  
Io mi gonfilègo, io mi gonfìlego
Il termine indica un climax psicologico, tale per cui l'autostima di un uomo cresce a dismisura.  



Lo short

Interno di appartamento a Milano. 
Fifì, Saro e Luchino detto Orecchio Muto si guardano.

“Bevi”. Dice Fifì allungando una birra. 
Saro respira adrenalina e polvere da sparo e gli occhi luccicano di viva eccitazione. Sembra un maniaco, un pazzo in estasi. È un sadico che ammazza solo se necessario ma quando lo fa gode. 
Nell’appartamento in via Passione Fifì e Luchino lo hanno aspettato giocando a briscola, senza discutere dell’operazione. 
“Racconta”. Dice Luchino. 
Saro vive per la gloria, freme, non riesce a stare fermo, ha i nervi a fior di pelle e le parole escono tutte filate e così ben dette che sembra stia recitando un monologo preparato da tempo. Descrive ogni cosa con minuzia di dettagli, enfasi, voce rauca e profonda, le assurdità paiono reali. 
Ha ammazzato un magistrato, gli ha strappato dalle mani i documenti e se n’è andato, ma da come dice lui ha messo a segno la grande rapina al treno raccontata da Michael Crichton. Si gonfia, diventa un gigante, pare che il morto assassinato riempia le sue ossa, i muscoli, la mente. 
Il torace è una voliera, la pelle si fa dura come un tamburo e lui è orgoglio e delirio. È gonfilegato, è una mongolfiera di vanesia criminalità e di sangue che pulsa. 
“Ti ha seguito qualcuno?”. 
“Sì, uno sbirro in moto ma gli ho sparato”. 
“Luchì accendi la tv”.


Il neologismo è frutto della fervida immaginazione lessicale di Silvia Marinelli.

lunedì 12 dicembre 2011

La guida Sbagliata /3


Luca's Bar. La scritta sul fregio in plastica, appena illuminata da un neon impolverato, denota un'anglofilia di bassa lega. La 's stona in una Milano che non ha nulla dell'aplomb britannico ma non stride. Si nota appena, in fondo, quell’orpello lessicale e si sposa, meglio di un di, con la parola bar. Quest’ultimo, poi, non c’è dubbio sia un vocabolo inglese, e gradevole ben più di barra o barro, termini che comprimono, in un grugnito tra denti, prepotenza e arroganza di un’epoca vile e malata di esterofobia.

Nonostante tutto ciò Luca’s bar tesse, attorno al suo scialbo aspetto esteriore, una tela di mistero e di interesse. È, infatti, l’assenza di forti segni identificativi che induce il passante a immaginare un mondo possibile, stipato tra una spillatrice e alcuni tavolini. Non è cosa di questo solo bar ma di molti.
Entriamo. Dov’è Luca?
Illustrazione di Silvia Marinelli

Non c’è il fu Luca’s ma un nuovo proprietario: Jin Wenjing. Mi chiedo cosa possa significare per lui, nato nella grande Cina, una s apostrofata. Certo è che ha pensato di non sostituire l'insegna del bar e di mantenere così un legame con la gestione precedente, il quartiere e quell’immaginario espressivo che si appiglia ai semafori, ai cornicioni, alle aiuole, ai neon e a tutto quanto c’è in un luogo e che fa il luogo.

La figlia di Jin ci serve due Negroni Sbagliati senza ghiaccio in boccali di birra da oltre mezzo litro. Nulla da ridire e poi nulla da ricordare, se non la clientela. Gente di Milano che parla italiano senz’altro, ma anche albanese, rumeno, francese e una manciata di dialetti dell’oltre oltre oltre Po.

Questa non è una parabola. Piuttosto il breve e parziale resoconto di una piacevole serata passata a Milano, città che nasconde prospettive e visioni particolari e cangianti. Basta oltrepassare la soglia di un bar. In entrata e in uscita.

Bar Luca's
via Ronchi 35
Quartiere Udine
Prezzo Sbagliato 4 euro

giovedì 8 dicembre 2011

Sentire, ascoltare /20

C'è, in tutta questa faccenda, un qualcosa di invidiabile. L'orecchio muto non apre al mondo del visibile e della realtà ma a quello dei sogni. È sufficiente poggiare l'orecchio che sente al cuscino. Rumori, ticchettii, ombre uditive, remote echi di elettrodomestici, passi del piano di sopra cessano di esistere e al loro posto si fa spazio, prima che in tutti gli altri, una cornucopia di suoni della notte che dorme. È il sogno, condizione che non ha nulla a che vedere con la socialità, la vita di città, le parole. Perché il proprio sogno non si ricorda mai del tutto e non lo si può spiegare a nessuno; e si sa che quando non siamo in grado di raccontare un fatto o di definire un concetto non conosciamo bene il fatto o il concetto medesimi. 
Dunque il sogno rimane un'esperienza personale, privata, comunicabile solo a se stessi. Forse è per questo che i romanzieri -i russi sono dei maestri- quando raccontano di sognatori insinuano il dubbio della follia. Essa, nonostante sia inesprimibile e indefinibile come il sogno, pare tangibile perché crediamo di poterla identificare con dei volti di uomini. Così la follia diventa l'abito del sogno. 

Mi è capitato di sognare storie talmente chiare e limpide da credere, nel sogno stesso, di non doverle appuntare su un foglio affinché le potessi ricordare il mattino, bensì che la loro forza esplicativa fosse così poderosa che le avrei tenute a mente anche da sveglio. Non è stato così naturalmente. 
Il sogno rivela e testimonia la verità ma questa è destinata a un mondo che non ha nulla a che fare con la comunicabilità e la condivisione. La verità si ha nei sogni, che sono cosa umana ma personale. E la pazzia è la sua espressione in carne ed ossa nella realtà che viviamo assieme. 

«Suonarono le tre. Kovrin spense la candela e si coricò; rimase a lungo a occhi chiusi, ma non poté addormentarsi perché -così almeno gli pareva- in camera da letto faceva molto caldo e Tanja parlava nel sonno. Alle quattro e mezzo, accese di nuovo la candela e in quel momento vide il monaco nero seduto sulla poltrona vicino al letto. “Salve”, disse il monaco, tacque un po' e poi chiese: “A cosa stai pensando?” […]. Tanja intanto si era svegliata e guardava il marito sgomenta e inorridita. Parlava rivolto alla poltrona, gesticolava e rideva: i suoi occhi scintillavano e nella sua risata c'era qualcosa di strano». 
Il monaco nero di Anton P. Čechov 

lunedì 5 dicembre 2011

Sentire, ascoltare /18 bis

“Cosa fai lì dietro?”
“Sto cercando di guardarti come se non ti conoscessi”
“E cosa provi?” 
È difficile spiegare e mi fa paura”


domenica 4 dicembre 2011

Sentire, ascoltare /18

Milano. Domande. 

Il proprio passo, in relazione al passo degli altri, è l'unità di misura delle metropoli. Passi lenti, passi voraci, passi ciondolanti, passi di tacco a spillo, passi cadenzati, di corsa, furbi, frenetici, a coppie, a branco, fermi, indecisi, ripensati, ripercorsi. 
I semafori allineano ogni passo, regolano i flussi, frenano l'estro del movimento pedonale e danno sfogo all'azione ciclica e monotona delle ruote: bici, auto, bus. Torna, poi, il passo dei cittadini; si intersecano, a volte si scontrano, altre sussultano come fosse una danza tribale, lasci il passo tu o lo lascio io

Il passo quanto più è accompagnato da altri passi tanto più esprime le potenzialità di una città. Non è cosa nuova. La Prospettiva Nevskij di Gogol racconta una vicenda, la storia di un'arteria di Pietroburgo, che oscilla tra il sogno e il suo prosaico contraltare. C'è tutto. 
Nel cinema, invece, una ripresa della folla che cammina, tra una scena e un'altra, intende ricondurre la trama del film ad una delle infinite dimensioni che la città possiede. 


C'è poi un momento, nel fendere il magma umano, in cui ci si perde e si prova un profondo spaesamento; ovvero quando si intravede una persona cara che non ci si aspettava di incontrare in quel luogo sconosciuto che è la folla. Allora si attiva un ingranaggio emozionale che apre ad alcune domande. Chi è? Lo conosco davvero? È mai possibile che sia qui, nel luogo dell'indifferenza? Dunque ha una vita anche lui di uomo, di individuo, di solitudine? Quante cose di lui non so? Quante sofferenze indicibili o esperienze inespresse cela il suo volto amico? Ecco tutto ciò fa pensare, anche a se stessi e vorrei, un giorno, poter mettere tutti in fila come fa Federico Fellini in 8½. 

mercoledì 30 novembre 2011

Sentire, ascoltare /17

Milano è una città particolare, di fascino. Esercita un'influenza ammaliatrice che può far perdere il giudizio e far schiavo l'uomo. È come le donne nei film in bianco e nero, di sigarette ed ombre. Perché la sua bellezza non è ovunque, è in qualche luogo che ti si mostra dietro un angolo, dal parapetto di una casa di ringhiera, da un cavalcavia, nel giardino di un palazzo che intravedi di sfuggita da un portone appena socchiuso. Si apre, il fascino, da uno sguardo che si alza dal basolato verso una piazza con fontana, da un fioraio appoggiato -così pare- sul sagrato di una chiesa, che se non fosse per i fiori non si noterebbe nemmeno, dalle cariatidi che sostengono palazzi immensi, dal riflesso di un terrazzo con giardino pensile nell'acqua di un canale. 
La nebbia, questo volevo dire, avvolge tutto come in Ombre e nebbia di Woody Allen, un film che nasconde storie di altri film e libri e musiche. Un film di nebbia che è la resa artistica della nebbia stessa. 
Le forme, le geometrie e le prospettive di Milano esistono ma non le vedi e le puoi immaginare così come sono o così come potrebbero essere. Ecco, la nebbia di questi giorni è un sogno che testimonia quanto la bellezza stia negli occhi di chi guarda e Milano è un incubo che ti sveglia, e così ti salva, quando credi che tutto sia perduto.


lunedì 28 novembre 2011

Sentire, ascoltare /16

L'atto di copiare e di replicare quanto di vitale esiste nei libri è cosa antica. Credo sia un'esigenza nata assieme alla scrittura. Partecipare alla bellezza delle parole e al fascino della rivelazione è una primordiale necessità. 
Ci sono pagine di romanzi che trascrivo fedelmente. 
La copiatura è un momento di riflessione, di comprensione, di simbiosi con l'autore e con il suo pensiero. Un'unione non solo di idee ma anche di gesti e di fatica. 
Scrivo con la mano, seduto alla scrivania, le parole che quell'autore ha scritto con la mano, seduto alla scrivania. La stessa posa, le stesse lettere, lo stesso significato, lo stesso sforzo. Mi pare, nell'istante della trascrizione, di partecipare alla storia e di attribuirle il giusto posto nella mia personale vita. 


L'editore è il primo degli amanuensi. Vive quotidianamente la storia e ne sopporta il peso. Ha il privilegio e la responsabilità di condividere i gesti degli autori. 
Tuttavia sono pochi gli editori consapevoli. Ecco, li inviterei a trascrivere ogni libro che intendono pubblicare, perché nel corso della copiatura possano riflettere, capire e fare fatica. 
All'ultimo segno d'interpunzione, all'ultimo punto si renderanno conto se ne è valsa la pena o meno. Risparmieremmo tomi di carta straccia.

martedì 22 novembre 2011

Sentire, ascoltare /15

Nei post precedenti la sinestesia Orecchio muto è stata declinata in più contesti. Alcuni simbolici, altri letterari, altri ancora di fantasia. Mio intento è mantenere una coerenza interpretativa anche in seguito. In questo post, però, vorrei recuperare il riferimento dell'espressione Orecchio muto più forte e incisivo: la mia parziale sordità. Dicevo, all'esordio del blog, che non sento da un orecchio. Sordo per metà. Mono auricolare
Il fatto è curioso e crea scocciature di poco conto. Ad esempio a tavola mi conviene prender posto in fondo al lato destro, così da sentire tutti i commensali. 
Questo espediente mi ha fatto pensare, solo ora -non so perché-, all'Ultima cena di Leonardo da Vinci. 


Alla tavola di Gesù avrei occupato il posto più a destra, per intenderci quello di Bartolomeo, sant'uomo che morì scorticato vivo e che portò il verbo di Cristo -l'ho scoperto di recente, capitandoci per caso- nell'attuale Caucaso. 
Fatto questo pensiero, ne ho fatto subito un altro ovvero che l'iconografia della storia umana attribuisce alla figura centrale il ruolo di leader mentre ai corpi laterali relega funzioni di secondo piano. Da Cristo in poi (ma credo anche prima) il capo sta al centro. 
Io, fossi il leader, starei comunque a lato e i volti di tutti sarebbero orientati verso destra (sinistra per l'osservatore del quadro). 
L'iconografia del potere dovrebbe tener conto di quanto una tela non può mostrare. E in un paese come il nostro, che ha perso la testa e quindi il suo centro sinottico e panottico, una riflessione di questo tipo potrebbe essere utile.

lunedì 21 novembre 2011

Aforismi, neologismi e bestialità /8

Pesteggio. 

Neologismo composto dalle parole Parcheggio e Pestaggio. 

Pesteggio: violenta serie di improperi, percosse e colpi a seguito di una lite tra conducenti di auto per ottenere un parcheggio. La parola può anche essere utilizzata per indicare una rissa, di qualsiasi natura, in un parcheggio. 





Piazzale antistante il Cimitero Monumentale di Milano. Notte. 
Fifì, Saro e Luchino detto Orecchio Muto passeggiano. 

“Guarda quella”. Dice Fifì. 
“È un bel macchinone. Sicuro nel cruscotto c'è un navigatore ultima generazione”. Ammicca Saro. 
“Sì ma l'antifurto satellitare ci frega”. 
“Allora quella. Utilitaria, appena uscita dalla concessionaria, linea femminile...”. 
“E vuoi che una ragazza non si porti dietro tutta la tecnologia del mondo?”. 
“Braaavo, e stai certo che la tipa ha lasciato nel baule un giubbottino da trecento euro per andare in discoteca senza il pensiero di perderlo in pista. Che poi, dico io, c'hai tutto e non vuoi spendere due euro per il guardaroba?”. 
“Sapete che penso?” prende parola Luchino. “Non mi va di scassinare davanti ai morti”. 
“Ma ti sei ammattito?!” Risponde Saro. “Quelli sono morti, non parlano e non sentono, sono meglio di te”. Ride assieme a Fifì. 
“Sì ma....sono morti illustri”. 
“Illustri? E noi non siamo illustri? Solo perché non abbiamo fatto le scuole vai a pensare certe cose”. 
“Ma che c'azzecca!”. 
“Noi siamo autodidatti e siamo i migliori nell'arte dello scasso, tienilo bene a mente. Che ridi Fifì?”. 
“Rido perché hai ragione. Illustri ladri di città”. 
“Forse mi sbaglio -riprende Luchino detto Orecchio Muto-, ma rimaniamo sempre l'ultimo anello della catena sociale, comincia a pesarmi la cosa, abbiamo una certa età”. 
“Ma vaa! A parte che dopo di noi ci sono i barboni, i tossici e...”. 
“I politici!”. Dice Fifì. 
“Sì, sì pure i politici e poi dico, ve lo ricordate quel film con il comico della tv, come si chiama, Gigi...”. 
“Proietti!”. 
“Ecco lui, il film era la proprietà non è più un furto”. 
“Sì, sì l'ho visto, gran bel film ma vecchio, no?”. 
“Almeno quanto noi, comunque, senti a me Luchì”. 
“Dimmi”. 
“Gigi diceva che senza i ladri il mondo non va avanti. Diceva, i fabbri, i banchieri, i guardiani notturni, i carabinieri, i portieri e tutti quanti cosa farebbero senza ladri?”. 
“C'hai ragione Saro, sai che sei intelligente, non lavorerebbe più nessuno e l'economia se ne andrebbe a rotoli”. Continua Fifì. 
“Va bene, va bene, non c'è bisogno che continuiate, mi avete convinto”. 
“Ogni tanto ti vengono certe idee..senti, allora stai qui e fai un fischio se vedi qualcosa”. 

Fifì e Saro si avvicinano all'utilitaria, chi da un lato chi dall'altro. Saro prende dalla tasca dei jeans i ferri e scardina la serratura della portiera. Entra e apre tutti i cassetti. Luchino fischia e Fifì scatta dentro, al posto del passeggero. “La pula Saro!”. 
Saro smanetta coi fili dell'accensione. 
“Dai, dai, dai!”. 
Luchino se la batte a gambe levate, senza che nessuno lo segua. 
La volante si arresta a qualche metro dal posteriore dell'utilitaria con le sirene accese. Scende un poliziotto e si avvicina al conducente, a Saro. 
“Buonasera, è sua la macchina?”. 
“Certo che è mia”. 
“Favorisca patente e libretto”. 
Saro cerca i documenti nel cruscotto. Fifì tira fuori la pistola e spara allo sbirro. Fuori uso. 
I due impennano sul marciapiede e imboccano via Luigi Nono in direzione viale Certosa. 
Il conducente della volante, ventidue anni appena compiuti, preferisce soccorrere il collega piuttosto che darsi a un inseguimento in centro città. Chissà come sarebbe andata.

giovedì 17 novembre 2011

Sentire, ascoltare /14

Metropolitana. Geometrie.

Sulla battigia dei ricordi, 
io ti penso e tu mi scordi. 
Le mie impronte cancellate 
da un colpo di spuma; 
le tue, appena impresse, 
fresche, sul bagnasciuga. 

La battigia oppure la banchina metropolitana. Luoghi indefiniti o ambigui o labili. Terra e mare, movimento e fissità. Geometrie, dello spazio e della mente, che invitano all'esercizio dell'astrazione. 
Le porte del metrò si aprono, o l'onda si ritira, e ci si trova faccia a faccia con un viandante o con un bagnante. 
Per un attimo si abita lo stesso spazio. Per l'attimo dopo si è già in due mondi diversi. Chi la terra, chi il mare, chi il movimento, chi l'immobilità. 
Resta, di quella geometria, un senso di indefinito, di opaco, di confuso. 

A far questi pensieri mi è tornato in mente un poeta italiano, a mio avviso tra i più raffinati del nostro panorama letterario. Valerio Magrelli. 
Qui una sua poesia. 

Sto rifacendo la punta al pensiero, 
come se il filo fosse logoro 
e il segno divenuto opaco. 
Gli occhi si consumano come matite 
e la sera disegnano sul cervello 
figure appena sgrossate e confuse. 
Le immagini oscillano e il tratto si fa incerto. 
Gli oggetti si nascondono: 
è come se parlassero per enigmi continui 
ed ogni sguardo obbligasse 
la mente a tradurre. 
La miopia si fa quindi poesia, 
dovendosi avvicinare al mondo 
per separarlo dalla luce. 
Anche il tempo subisce questo rallentamento: 
i gesti si perdono, i saluti non vengono colti. 
L'unica cosa che si profila nitida 
è la prodigiosa difficoltà della visione. 


Valerio Magrelli
Per chi non lo conoscesse consiglio la lettura di “Esercizi di tiptologia” e “Disturbi del sistema binario”. 

martedì 15 novembre 2011

Aforismi, neologismi e bestialità /7

La mia generazione vive in un mausoleo. Per entrarci, ogni giorno, deve chinare la testa e leggere l'epitaffio, che non ricorda la propria vita ma quella della generazione precedente.

lunedì 14 novembre 2011

Sentire, ascoltare /non c'è 12 senza 12


Il modo di fare letteratura e di fare critica letteraria sono cambiati. E non da ora. L'online ha permesso il circolare di idee e di opinioni inedite e ha contribuito alla nascita di una nuova sfera pubblica letteraria.
Le élite tradizionali sono state messe in dubbio e nuove, più vivaci e più autorevoli, voci hanno portato linfa fresca al dibattito pubblico letterario. Alle corporazioni tradizionali di scrittori e di critici, accreditati dal prezzo e dal nome della rivista che li ospitano piuttosto che dalle parole e dalle idee che avanzano, si sono sostituite o sovrapposte comunità online, il cui alto valore è testimoniato dalla capacità dei suoi membri di sollevare criticamente questioni letterarie (e non) e di analizzare, in modo libero e non fazioso, il presente.
La gratuità dei contenuti non è più sinonimo di dilettantismo ma di professionalità, di interesse e di volontà a contribuire attivamente ad una meditata e sapiente crescita del dibattito italiano.
Altro discorso è, poi, se parte degli animatori del dibattito online, disancorato da logiche di profitto economico, accede all'establishment tradizionale, viziato da logiche di potere. Non un male, anzi. Significa, a mio avviso, che il dibattito virtuale, che non è per nulla virtuale, sta erodendo e modificando il dibattito reale, con conseguenze auspicabili per tutti. Ma è un processo ancora in fieri che richiede tempo e riflessione e che spero vada a compimento.
C'è un aspetto di questa vicenda, però, che mi spinge a porre alcune domande, il cui intento non è avanzare giudizi di valore. Ho l'impressione che, almeno nel mondo dei blog, ci sia la tendenza a creare piattaforme corporative di scrittori, giornalisti e pensatori che ripropongono quel sistema della carta stampata contro il quale inizialmente ci si poneva.
La formazione di oligopoli culturali online probabilmente non pone alcun impoverimento nel dibattito pubblico -tanto più se chi anima il dibattito è un consesso di personalità intelligenti-, ma noto che alcune di queste piattaforme aprono alla pubblicità e a finanziamenti esterni. Da qui la necessità di una diffusione capillare dei contenuti, una rincorsa alla visibilità, all'apparenza e dunque, all'accesso, per altre vie, ai canali tradizionali (tv, quotidiani nazionali, etc.).
La politica degli I like, le famigerate tecniche Seo, il sistema delle citazioni, l'adozione dell'inglese sono sintomi di un impoverimento o di un vizio della scrittura online (e quindi di quella offline)? Segnano il passaggio a una nuova forma di scrittura? Mutano, di fatto, la letteratura sia nei contenuti sia, appunto, nella forma e cambiano il modo di leggere e di pensare?
Io credo di sì come già è accaduto con l'introduzione dei link, i quali hanno permesso a una parola di avere due colori e due significati e due approfondimenti e due, e infiniti, percorsi semantici.
Dietro una parola si nasconde un video oppure un'immagine oppure altre parole: di fatto il significato etimologico delle stesse si è modificato e ha aperto a una realtà concettuale molto complessa. Il modo di condividere gli articoli (I like), di farli circolare (citazioni), etc. possono contribuire a modificare il significato dei testi e del dibattito pubblico?

Sentire, ascoltare /12

La critica letteraria (e non) è cambiata.

giovedì 10 novembre 2011

Aforismi, neologismi e bestialità /6


L'Italia non fa più ridere nessuno, né qui né altrove. Anche i giullari più seri sembrano ormai lasciar la scena. Ma il circo di clown, donne cannone, uomini proiettile, nani maligni e freak da baraccone rimarrà in cartello per parecchio tempo. È evidente che qualcuno vuole che si rida ancora. 
A questo punto almeno si trovi un'ironia sottile, intelligente, arguta e utile. 
Chi andrà alla guida del paese, e se tanto mi dà tanto ci andrà (almeno per un po') una persona credibile ai più, riuscirà a fare botteghino con i circensi che abbiamo in giro? 

Dunque, la bestialità di oggi. 

Monti python's flying circus



mercoledì 9 novembre 2011

Sentire, ascoltare /11

Metropolitana. Nevrosi.
 
Non passa giorno senza che qualcuno litighi con uno sconosciuto in metropolitana. Sono litigi al limite del civile. Mi pesti un piede ti guardo male. Mi urti, ti urto. Non mi fai passare, ti spingo. 
La sensazione è che non si abbia nulla da spartire con nessuno; se non la condizione di disagio e di fastidio. Esiste, però, una comunanza, schiava di nevrosi tutte meneghine, che potrebbe avere conseguenze sociali utili.
I pendolari, quantomeno i nevrotici, infatti, si distribuiscono lungo la banchina secondo la logica di vicinanza all'uscita della stazione di arrivo. Il motivo è fare prima, camminare meno nel momento d'ingorgo. La distribuzione dei viaggiatori, secondo tale logica, si è meglio esplicitata da quando sono state inaugurate le metropolitane senza divisione tra vagoni. I pendolari entrano e si dirigono in quella zona del treno che corrisponde all'uscita più vicina della destinazione di ciascuno.
Si assiste a vere e proprie migrazioni interne suburbane.
Dunque succede che, a stessi orari, ci si trova fianco a fianco con cittadini del proprio quartiere. Uomini e donne con cui si condividono, a pensarci bene, panorama urbanistico e sociale, probabilmente status e stile di vita.
Se quest'intuizione fosse vera allora attenzione ad avere tutti in odio. Si sa, dimmi con chi vai e ti dirò chi sei e chi va con lo zoppo impara a zoppicare.
 
 

martedì 8 novembre 2011

Aforismi, neologismi e bestialità /5

Calci in bocca alla romana.
L'espressione, evidentemente, è una variante di quella culinaria Salti in bocca alla romana.

Ingredienti per 4 persone
Fettine di vitello sottili (500 gr)
Prosciutto crudo (200 gr)
Burro, salvia
Sale, pepe
In alternativa al vitello, si possono tirare calci.



Lo short

Via Timavo, Sesto San Giovanni.
Fifì, Saro e Luchino detto Orecchio Muto passano davanti al ristorante da Iorio.

“Aspetta, aspetta”.
“Che c'è?”.
“Venite qua! Guarda dentro chi c'è”.
“Noo, non ci credo. È lui?”.
“E chi se no?”.
“...”.
“Luchino, facci il piacere, stai qui a guardare se passa qualcuno”.
“...”.
“Saro, entriamo dai”.

Fifì e Saro entrano nel ristorante.

“Giovanni Erinni”. Urla Fifì. Si girano tutti.
“Comodi, comodi, continuate a mangiare”.
Saro estrae la pistola e la punta in direzione del malcapitato. I clienti urlano ma Fifì intima il silenzio e non fiata più nessuno. Lui, Giovanni Erinni, si piscia addosso.
“Allora Giovanni, non ti aspettavi di vederci. No eh? A dire il vero neanche noi”.
“...”.
“Cosa mangi?”.
“...”.
“Forse non ci siamo capiti. Ti ho fatto una domanda. Ed è bene che tu risponda”.
“Salti in bocca alla romana”.
“Ti tratti bene. Si tratta bene -rivolto alla sala-. Fammi assaggiare”. Li assapora proprio.
“Come sono Saro?”. Chiede Fifì.
“Ottimi”. Poggia la forchetta, afferra Giovanni Erinni per una spalla e lo scaraventa per terra.
“Guarda, s'è pisciato nei pantaloni, ahah”.
“Non mi sembra una cosa da fare in un ristorante, Giovanni. Non è cortese, non ti vergogni davanti a tutta questa gente per bene?”. Saro ripone la pistola e inizia a prendere a calci Erinni. Calci in bocca. Anche Fifì. Calci in bocca, in bocca, in bocca.
“Basta Fifì, andiamo”. Dice Saro. Fifì si passa la mano nei capelli; poi sistema i pantaloni, tirandoli su dalla cintola.
“Prego signori, continuate la cena”.
Sull'uscio Saro si volta. “Scusate ancora il disturbo e vi consiglio i salti in bocca alla romana. Squisiti”.

Fuori Luchino detto Orecchio muto fuma una sigaretta.
“Andiamo Luchì”. Dice Fifì.
“...”.
“Sai perché lo abbiamo punito quel bastardo?”. Dice Saro, tutto eccitato, rivolto a Luchino.
Non lo voglio sapere, andiamo”.

lunedì 7 novembre 2011

Sentire, ascoltare /10

Milano. Le sigarette. 

Esistono gesti che attirano l'attenzione delle persone. Rollare una sigaretta è uno di questi. Finché si tratta di disporre il tabacco nella cartina non c'è pericolo di essere notati, ma nel momento in cui si sfregano i polpastrelli di indice e pollice per arrotolare la carta, allora diventa irresistibile il desiderio di partecipare alla creazione di un prodotto artigianale. Piccolo, elegante, funzionale e nocivo. 
Non è un gesto inconsueto o raro quello del rollare, eppure esercita un fascino magico, ipnotico. 
Per chi lo fa -il gesto-, invece, esso rappresenta un momento di pura concentrazione. Sta nelle mani dell'artigiano la possibilità di godere di una buona sigaretta. 
È probabile che la perizia con cui si eseguono i gesti per fare su il tabacco crei una tensione nello spettatore, che partecipa con apprensione alla delicata impresa. Se va a buon fine -l'impresa- lo spettatore, statene certi, distenderà le rughe del viso e gli angoli della bocca si apriranno, leggermente, verso un sorriso. È sollievo, ammirazione, stima e forse invidia. 
La sigaretta è ritualità, quando non è dipendenza. Partecipare a una ritualità altrui è sacralità, quando non è blasfemia. E in un vagone della metropolitana chi custodisce il segreto per fare una sigaretta perfetta possiede una sorta di potere sciamanico a cui nessuno disobbedirà. 

Il posacenere di Andrea Camilleri. Foto del Sole 24
A parlar di fumo si finisce nel posacenere. La mia è una segnalazione. 
La Domenica del Sole 24 Ore ha inaugurato una nuova rubrica. Posacenere di Andrea Camilleri. 
Lo scrittore siciliano, «artigiano di gran classe», fuma e scrive. Scrive per davvero, fuma per finta. Meglio: fuma un paio di boccate per poi spegnere quel che resta nel posacenere. 
La rubrica domenicale sarà piena di sigarette, consumate appena; quanto basta per appiccare una discussione intelligente e arguta, per nulla fumosa.

giovedì 3 novembre 2011

Sentire, ascoltare /9

Pubblico qui di seguito un racconto breve, ironico e tutto milanese che avevo scritto per un'amica che ha un blog molto divertente e intelligente. 




Milano metropolitana. Un’assonanza che risulta familiare, quasi uno spazio di casa, una tana di metropoli, per topi, anche di biblioteca. Lettori seduti, lettori aggrappati a fredde sbarre che sembrano posatoi per pipistrelli chiusi in una voliera senza cielo, che poi sono topi con le ali. Quelle di chi legge un libro accanto a brutti ceffi o belle signorine o all’ombra di se stessi e volano lontano col pensiero ma attaccati al corrimano della rossa, linea ossuta di Milano, la prima a bucare il ventre del nostro agglomerato urbano, all’epoca operaio e rivoluzionario. 
Letture metropolitane, cane mangia cane sulla superficie della città, ma anche nei libri di Edward Bunker; un nome una fortezza: quella sottoterra, antiatomica, amica della mobilità meneghina. 
Corre su due binari chi legge un libro nel nero delle gallerie, o forse tre: due di acciaio e uno che è un volano per la fantasia. Righe dopo righe, non bianche strisce superficiali della superficie, ma profondi solchi nello spazio intimo della lettura, delle idee indicibili o inenarrabili o imperscrutabili di lettori accaniti nelle viscere della terra. La tana metropolitana, pietra tombale del pendolare che non legge e sepolcro di resurrezione di chi ha con sé il gregge della letteratura. Ogni viaggio un dissotterramento, un affondo nelle parole dell’autore, forse ancora vivo, contemporaneo, nascosto nelle viscere di altre città. 
Una tribù di suburbani, di amminoacidi; shock in my town, velvet underground. 
La paura del Ground Zero, ancora sventolata sul retro di copertina; una tecnica retrò di controllo delle menti, che rimbalza di sguardo in sguardo, di quelli che in viaggio si guardano attorno e assorbono le paure in carattere solferino, le réclame delle pubblicità, i titoli sensazionalistici dei libri italiani, le illustrazioni violente di quarte alle quali non si sfugge, non ci si protegge dal bombardamento mediatico. Non basta stare in un bunker. La lettura è sovversione, la parola è sovversiva. Lo slang, il verlan, i palindromi, le distorsioni, le contaminazioni, azioni in essere, in potenza, alle quali abbandonare ogni reticenza. Milano metropolitana, memoria – o memorie – dal sottosuolo, romantici e sognatori, derelitti della società, che un mal di denti non è più nulla, si va, si va, si va.

mercoledì 2 novembre 2011

Aforismi, neologismi e bestialità /4

Formaggio.

Nuova accezione della parola, risultante dall'unione di Forma e Linguaggio.
Il formaggio è la forma del linguaggio.

«Il linguaggio viene inteso come forma e lo studio del linguaggio come analisi delle funzioni che generano la forma linguistica»

Affondo il coltello
nel massiccio argomentare
avvicino la pagina alla bocca
ho l'acquolina, ho fame.

martedì 1 novembre 2011

La guida Sbagliata /2


Illustrazione di Silvia Marinelli


Il Picchio è il Fred Buscaglione dei bar meneghini. Sgancia e Pedala. 
Un ambiente della Milano che non c'è più e che pure c'è. L'insegna, come spesso accade nei bar di un certo calibro, fa il verso al nome del caffè di una torrefazione, più o meno sconosciuta. 
Caffè miscela Picchio, via della Torre, (guarda caso) Milano. 
Al muro la Cattedrale di Trani, dietro il banco -deduco- la Puglia di prima e di seconda generazione. 

“Due Sbagliato, grazie”. 
“Avete da sedere”. 
“No”. 
“Dentro o fuori?”. 
“Fuori”. 
“Ma c'è posto?”. 
“No”. 
“Allora prendiamo un tavolino e lo mettiamo dove c'è spazio”. 

Il marciapiede si fa piccola terrasse alla parigina, dove non ci sono Kir Royale e cacahuète ma Negroni Sbagliati e maccheroni ai broccoli. 

“I due Sbagliato?”. 
“Ah sì, senti fammi un piacere. In quel frigo c'è lo spumante brut, me lo passi?”. 
“Eccolo, faccio io?”. 
“Vai”. 
“Perfetto, aspetta la rondella d'arancia”. 
“Ottimo, pago a lei?” 
“Sì”. 
“Sette giusto?”. 
“Esatto, ti piacciono le goleador?”. 
“...”. 
“Allora prendine un po'”. 

Esco, mi siedo spalle al locale. Ascolto, assieme al .distributore di pelle, le conversazioni dei clienti accanto. A destra si parla di start-up, di capitale e di rischio (giovani squattrinati in giacca e cravatta). A sinistra si parla di Ranieri, del concerto alla Besana e poi di quel libro lì, troppo fico (profili misti). Dritto a me una sfilza di auto in doppia fila, una da non meno di cinquantamila euro (il proprietario e l'amico, due tizi impomatati, la guardano con soddisfazione e orgoglio). Una coppia di anzianotti, tranquilli, a fumare Merit e a bere Ceres e più in là “quei figuri di tanti anni fa”. Su le trattoir si attendono amici, i vassoi con i piatti dei gestori e i gestori, che ne sanno tante. 

Sono tornato a casa a sfogliare “Bar sport” e “Bar sport Duemila” di Stefano Benni. Le caratteristiche del Picchio ci sono ma sparse in trecentocinquanta pagine.

«Sulla fronte ho forse scritto Sale e Tabacchi, che vuoi da me ma pensa te».

Bar Picchio
via Melzo 11
Quartiere Porta Venezia
Prezzo Sbagliato 3,50 euro

lunedì 31 ottobre 2011

Sentire, ascoltare /8

Milano. L'orchestrale. 

Dal primo dicembre 2011 Daniel Barenboim sarà il direttore stabile della Scala di Milano. La nomina del maestro scaligero, nato in Argentina da genitori russi di origini ebraiche e con anche nazionalità israeliana, pone fine a una fase di declino della musica italiana e suggerisce l'avvio di un progetto che vuole essere volàno di una cultura e di un dibattito culturale inediti. 


L'ascesa di Daniel Barenboim mi ha fatto pensare ad un autore, con una storia personale simile, che ha dedicato alcune pagine di un sua fortunata opera alla figura del direttore d'orchestra. Si tratta di Elias Canetti, premio Nobel per la letteratura nel 1981, bulgaro di lingua tedesca naturalizzato britannico, figlio di ebrei con remote origini spagnole e italiane. Dice Canetti in “Massa e potere”: 

«Non c'è alcuna espressione del potere più evidente dell'attività del direttore d'orchestra. Ogni particolare del suo comportamento in pubblico è significativo; qualunque cosa egli faccia, getta luce sulla natura del potere […]. Il direttore d'orchestra sta in piedi. La posizione eretta dell'uomo è ancora importante, quale antica memoria, in molte rappresentazioni del potere. Il direttore sta in piedi da solo. Intorno a lui siede l'orchestra, dietro di lui siedono gli ascoltatori: egli sta in piedi in luogo elevato ed è visibile davanti e dietro». 

È la visibilità che conferisce potere al direttore d'orchestra. Solo, in piedi, in un luogo visibile a tutti (orchestra e pubblico) il direttore impartisce veri e propri comandi con mano e bacchetta e decide quale voce zittire e quale esaltare. 

«La differenza degli strumenti corrisponde alla differenza degli uomini. L'orchestra equivale a un'assemblea di tutti i principali tipi. Pronti a ubbidire, permettono al direttore di trasformarli in un'unità che egli farà poi divenire visibile dinanzi a loro stessi». 

Pare, in queste parole di Canetti, che l'orchestra assieme agli ascoltatori in sala rappresenti la nostra sfera pubblica. Gli strumenti musicali (fiati, percussioni, a corda) esprimono l'ampio ventaglio di opinioni e di convinzioni che circolano nello spazio pubblico; gli sguardi e il comportamento degli ascoltatori in sala rimandano alla società civile. Lo spartito, poi, sembra simboleggiare la legge, che tutti conoscono ma che solo uno può interpretare correttamente. 

Vincent Barenboim è un intellettuale e musicista capace di pensare, di fare cultura e di trasmettere passioni e significati ma è anche il direttore d'orchestra, ovvero la rappresentazione di un potere che vorremmo fosse capace di rendere tante voci un'imperitura sinfonia. 

Federico Fellini in “Prova d'Orchestra” ha raccontato con il cinema quello che Canetti ha raccontato con i libri e che Barenboim può raccontare, in modo positivo, con la sua bacchetta. 

Le note ci salvano. 


giovedì 27 ottobre 2011

Aforismi, neologismi e bestialità /2/3

Gli incubi si fanno di giorno. La notte si elaborano.

Gli uomini si impiccano da quando esistono le corde.


mercoledì 26 ottobre 2011

Aforismi, neologismi e bestialità /1


Di tanto in tanto mi capita di dire o di sentire frasi e parole che evocano qualcosa d'altro o che mi permettono di pensare a un tema in modo inedito. 
Sono probabilmente bestialità, parole per metà uomo e per metà bestia, espressioni senza capo e senza coda, idee senza senza senso o sensi senza recettori. Ne raccoglierò alcune qui, in questo blog. La prima. 

Rêversibilità. 



Neologismo e francesismo composto dalle parole Rêve e Reversibilità. 
Rêve: sogno ovvero attività psichica che si svolge durante il sonno. 
Reversibilità: la condizione di essere reversibile. 

Rêversibilità: condizione propria del sogno; si palesa quando il sognatore, durante il sonno, rivisita il vissuto della giornata e ne cambia il corso.

martedì 25 ottobre 2011

Sentire, ascoltare /7

Il viaggio in Azerbaigian è concluso. Le fiamme del petrolio, il vento del Caspio, le curve delle strade verso Cabala definiscono il movimento di un paese che tende verso l'alto ma che si perde in sussulti, mulinelli e gorghi, tortuosità e grovigli. Come dicevo nel post precedente la regione caucasica custodisce una complessità unica, dalla quale scaturiscono slanci e arresti, spazi e restrizioni. 
Qui vorrei solo parlare di un episodio, del sentire e dell'ascoltare. 

In viaggio ho portato con me Palomar, un libricino di Italo Calvino in cui il protagonista (il signor Palomar appunto) osserva il mondo e ne trae esperienze e interrogazioni. Palomar si domanda del moto delle onde, delle stelle, della carne, del gorilla albino e di mille altre cose. Io lo seguo nel suo interrogarsi e assieme aggiungo le mie interrogazioni al circostante di cui -in questa specifica occasione- ho poco esperienza. 



Nella biblioteca dell'Istituto dei Musulmani del Caucaso di Baku, eretto accanto alla sontuosa moschea di Taza Pir, mi avvicino a un tavolino che fa da emeroteca. Sul tavolo sono ben allineate (forse una svista delle autorità governative che ci hanno scrupolosamente seguito nel nostro iter) tre diverse testate giornalistiche del 20 ottobre. Tre foto-notizie identiche, tre didascalie identiche, tre titoli identici, tre occhielli identici, tre testi identici. 
Ne sono rimasto affascinato. 
Non perché capissi le parole scritte in azero ma perché la monodia dei segni ha perforato la mia corazza fatta di sensi, di concetti, di giudizi. Sono rimasto in ascolto del segno, non come simbolo, non come veicolo tra significato e significante. Solo in un secondo momento ho associato al segno una serie di significati. Nel preciso istante dell'osservazione dei giornali il segno è rimasto una forza indecifrabile. 

Palomar si trova in gita alle rovine di Tula, antica capitale dei Toltechi: «Nell'archeologia messicana ogni statua, ogni oggetto, ogni bassorilievo significa qualcosa che a sua volta significa qualcosa che a sua volta significa qualcosa». Palomar ha una guida che decifra ogni segno e che spiega cosa significano: la vita, la morte, un dio, una costellazione. Accanto a loro passa una scolaresca. Il maestro degli studenti racconta a che civiltà appartengono, a che secolo, in che pietra sono scolpiti i vari monumenti toltechi e poi conclude «Non si sa cosa vogliono dire». La guida di Palomar dopo aver ascoltato diverse spiegazioni del maestro interviene indispettito e dice agli studenti «Sì che si sa». 
Appena la scolaresca scompare alla vista di Palomar e della sua guida la voce ostinata del maestro riprende: «No, es verdad, non è vero quello che vi ha detto quel senõr. Non si sa cosa significano». 

Non interpretare è impossibile, come è impossibile trattenersi dal pensare, dice Italo Calvino. E nel caso di questa emeroteca nel centro di Baku non è difficile trarre conclusioni. Ma non è questo il punto. Non è quello che Palomar mi ha insegnato e che destino ha voluto imparassi in Azerbaigian. 
Cosa significa per me e per gli altri qualcosa che a sua volta significa qualcosa che a sua volta significa qualcosa?

Foto di Michela Ceccorulli, ricercatrice per il Forum per i problemi della pace e della guerra

lunedì 17 ottobre 2011

Sentire, ascoltare /6

Domani parto per Baku, capitale dell'Azerbaigian. Il mio sarà un viaggio-studio promosso dall'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale di Milano nell'ambito di un progetto di scambio culturale. 




Negli ultimi vent'anni il paese caucasico, emerso come repubblica dalla dissoluzione dell'Unione Sovietica, ha definito la propria posizione geopolitica su coordinate politico-economiche di sviluppo energetico e di multi-vettorialismo diplomatico. Il piano cartesiano dell'azione estera azera è, dunque, esteso e ancorato a incognite di difficile decifrazione; tanto più che la partita energetica coinvolge aree geopolitiche tra loro distanti e interessi economici eterogenei.
Sul piano delle libertà politiche e civili l'Azerbaigian stenta, invece, ad avviare un reale processo di democratizzazione e il paese registra bassi livelli di pluralismo e di libertà d'espressione, mancanza di storie e limitatezza di sguardi. 

Se narrazione e visione sono strumenti del potere, e se quest'ultimo implica un rapporto tra due persone, allora Orecchio muto è una sinestesia che esprime una declinazione di tale rapporto. 
Sarà interessante capire come un orecchio muto italiano, che in un paese senza senso sta a suo agio e comunica col senso di poi, saprà ascoltare e parlare, lingua a parte, in un paese che ha sicuramente un senso, seppur ovattato.

venerdì 14 ottobre 2011

La guida Sbagliata /1


Milano. I bar.



Nel settembre 1986 l'Economist promosse il Big Mac Index, uno strumento di comparazione del potere d'acquisto di una valuta.
L'indice prende in considerazione il prezzo dell'hamburger della catena McDonald's in diversi Stati del mondo e compara, con una serie di operazioni, il valore delle valute.
La classifica è aggiornata ogni anno e permette di fare utili considerazioni in termini di analisi economica comparata.

Nell'ottobre 2011 l'Orecchio muto, in collaborazione con .distributore di pelle, propone lo Sbagliato Index, uno strumento di comparazione del potere d'acquisto dei milanesi nei bar meneghini.
Lo Sbagliato, cocktail nato al bar Basso di Milano negli anni Sessanta, ha per ingredienti 1/3 di spumante brut, 1/3 di Martini Rosso e 1/3 di Bitter Campari, una lunetta di arancia e ghiaccio.

Per una città che dell'aperitivo ha fatto una bandiera e un modo di vivere gli spazi pubblici lo Sbagliato rappresenta lo stendardo della socialità urbana.
Per l'indice bisognerà aspettare ma per una guida Sbagliata si può iniziare subito.


Bar Basso
Via Plinio 39
Quartiere Porta Venezia
Prezzo Sbagliato al banco 7 euro
Prezzo Sbagliato al tavolo 10 euro

Illustrazione di Silvia Marinelli

giovedì 13 ottobre 2011

Sentire, ascoltare /5

Milano. Gli eventi.


Il Devoto-Oli definisce l'evento «un fatto o un avvenimento che già si è verificato o che può verificarsi, di solito determinante nei confronti di una situazione oggettiva o soggettiva».
La definizione suggerisce qualcosa che accade e cambia lo stato delle cose. Tuttavia si avverte una forte discrasia tra il significato della parola e la sua proiezione nell'immaginario di chi ha esperienza della parola stessa. 
Tutto è evento. Facebook ha un etichetta specifica per gli eventi, Google registra 49.200.000 voci per la ricerca “evento Milano”, i Festival sono una estenuante concatenazione di eventi e via dicendo.
Nulla di male a usare una parola per un'altra. Mi chiedo però quando ci sarà un evento determinante nei confronti di una situazione oggettiva o soggettiva come verrà chiamato. Rivoluzione, termine già impoverito del suo significato? Oppure bisognerà oggettivarlo? Ad esempio chiamandolo “evento clamoroso”, espressione che per altro compare già nel dizionario dei sinonimi online di Homolaicus?
Forse è necessario ripensare al modo di definire i concetti per cambiare la realtà dei fatti.
Io opterei per appuntamento.

mercoledì 12 ottobre 2011

Sentire, ascoltare /4

Milano. Palazzi.


La città è un brusio pulviscolare nel quale piroettano alcuni suoni ricorrenti. Il clacson, il passaggio del tram sulle rotaie, le suonerie dei cellulari, i freni del motore, il segnale acustico dei semafori per i pedoni, lo scampanellio delle bici quando passano sul basolato lavico irregolare. Sono suoni di cui ogni cittadino meneghino e ogni city user dell’hinterland hanno esperienza. Sono suoni legati al concetto di mobilità.
Del resto il suono è la sensazione data dalla vibrazione di un corpo in oscillazione.
Se Milano è un nodo di una rete globale allora oscilla molto, si muove e fa rumore. Lo fa con i suoi specifici suoni di movimento ma anche con le immagini, i cartelloni pubblicitari, i video messaggi, i volantini, gli eventi (di cui parlerò in un altro post). Si muove, fa rumore e non si riesce più ad ascoltare.


Esiste, però, una dimensione di Milano che sfugge al movimento e che suggerisce una cartografia della città alternativa. Quella dei palazzi. Parlo di quei palazzi del primo Novecento che hanno una corte interna, solitamente con al suo centro un albero, su cui si affacciano decine di finestre. Lì c’è silenzio e pur arrivando una pallida eco dei rumori della città globale si riescono a sentire le conversazioni dei vicini. Nitide, semplici, lente. 
Alle finestre di quei palazzi non ci si estende lungo le coordinate del tempo ma si continua ad abitare quelle dello spazio, che tutti considerano ormai inutili come uno stradario del ’73.